Mutande di lana.

Beh, dai ragazzi, ormai è scoppiata la primavera, alberi in fiore dappertutto e, cosa rimarchevole sotto ogni aspetto, non fa più freddo. Stamattina, mentre di buon ora, verso le 9 e mezzo, me ne andavo a zonzo a tentare inutilmente di fare qualche commissione, c'era un alito tiepido nell'aria che ti levava anche la voglia di litigare con quel disgraziato che deve stare tutto il giorno allo sportello a prendersi contumelie a causa di una burocrazia di cui non è responsabile, ma come si dice, utilizzatore finale. Si sta proprio bene, col sole ancora lieve e non aggressivo che scalda senza bruciare e il profumo dei fiori nell'aria. In Giappone è il tempo della fioritura dei ciliegi, che ci frega dello spread. Dice, ma che fai, parli del tempo come gli inglesi, tanto per allungare il brodo quando non si sa che cosa dire? Anche, ma il fatto è che mi è venuto in mette che quando cominciava questa stagione e si cominciava a sentire il calore della primavera inoltrata, mio papà si levava le mutante lunghe di lana. Ma sì, io appartengo ad una generazione che, anche se si è sempre rifiutata di usarle, per lo meno lo ha visto, questo fantomatico indumento del passato. 

Facente coppia con l'altra famigerata compagna, la maglia di lana, quella che rappresentava un vero e proprio cilicio medioevale, ruvida ed insopportabile sulla mia pelle tenerella di bimbo, era un indumento dello stesso materiale, ruvido, grezzo e caldissimo che arrivava fino alle caviglie e le cui estremità inferiori venivano infilate direttamente nelle calze per evitare eventuali pericolosi spifferi. Ragazzi, allora faceva un freddo cane d'inverno, altro che questo fine gennaio, quando per pochi gradi sotto zero, la gente sembrava che morisse surgelata (io comunque ho pensato bene di starmene al calduccio in Laos, come ben sapete). Il mio papà le calzava con aria furba verso l'inizio di novembre e per la verità se le teneva anche fino alla fine di aprile, fedele al proverbio:"aprile non ti scoprire" e si faceva beffe di me che preferivo patire il freddo.  Per la verità lui giustificava questo stile di vita col fatto che facendo i turni di notte su una cabina della ferrovia, esposta al gelo notturno e riscaldata solo da una stufetta a carbone, arroventata, su cui mi scottai pure un dito quando fui portato a "vedere i treni", aveva necessità di essere ben coperto durante il gelido inverno che a quei tempi imperversava nella tundra alessandrina. 

Tuttavia mi sembra che quando arrivava la stagione buona, mia mamma continuasse a dirgli, ma quando è che ti togli le mutande di lana, e lui rimandava col fare di chi pensa, ma perché devo patire il freddo inutilmente. Questa abitudine però se la portò dietro anche fino alla tarda età, quando la cabina da deviatore di treni (anzi Capo-deviatore, lui ci teneva molto), l'aveva lasciata da un pezzo. Ma si sa gli anziani hanno sempre freddo. Questo un po' mi consola, perché io, ancora non lo patisco molto. Certo era una stile di vita che riguardava solo gli uomini, in quanto le donne, che evidentemente hanno una pellaccia assai più resistente (appartengono ad una specie diversa in effetti), non hanno mai usato questo indumento; anzi allora non portavano neppure i pantaloni e la mia mamma se ne andava per tutto l'inverno con le sue gonnelline svolazzanti  e le calze di naylon leggere con la riga dietro, grande conquista del dopoguerra da esibire con orgoglio. Com'era bella la mia mamma quando mi portava all'asilo tenendo me per una mano e il panierino di vimini della colazione su cui aveva ricamato due ciliegie nell'altra. Era davvero la più bella di tutte. Poi, saranno stati gli inverni più miti, ma le mutande lunghe di lana se ne sono andate nel dimenticatoio assieme a tante altre cose. 

Non me le ricordavo quasi più quando d'improvviso le ho ritrovate nei miei primi anni di lavoro a Pechino. Inverni gelidi e riscaldamenti approssimativi laggiù, come sulla cabina dei deviatori. Così ecco il mio amico Ping che, nelle camerucce di alberghi di provincia, togliendosi i pantaloni, esibiva magnifiche mutande di lana, fino alle caviglie. Quando venivamo ricevuti in qualche fabbrichetta di paese poi, ecco il direttore della brigata che arrivava trafelato, attraverso il cortile pieno di neve, si sedeva, nel salone gelido e non riscaldato, sulle poltrone sbocconcellate, con la plastica sdrucita sugli spigoli, stringendo tra le mani coperte dai mezzi guanti, una tazza di thé bollente per scaldarsi almeno un po'. Buttavo l'occhio smaliziato e da sotto i pantalonacci pesanti, sporchi di fango o di letame, spuntavano sempre, civettuoli i bordi di lana spessa, a volte a coste larghe, delle mutandone lunghe fatte a mano da mogli amorevoli o forse dalle addette della comune. Mi sa che i tempi cono cambiati anche da quelle parti adesso che il tizio che ti veniva a prendere alla stazione in bicicletta adesso viaggia in Audi 6. Però devo chiedere a Ping che fine avranno fatto tutte quelle mutande di lana. Forse adesso comincia a far caldo anche là.


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Anche le macchine hanno un cuore?

Con l'avanzare dell'età, dovrebbe essere un comune sentire, l'aumento del distacco dalle cose. Sembrerebbe più naturale porre sempre maggiore attenzione alle sensazioni, al mutare dei sentimenti, all'arricchimento del cuore e della mente. Poi capita che ti telefoni il fotoriparatore a cui hai affidato la macchina fotografica che per scimunita goffaggine hai trascinato a bagno assieme alla tua orgogliosa sicumera, dandoti la ferale notizia che l'ammalata che pareva non così grave, è invece passata definitivamente a miglior vita e precipiti nello sconforto più totale. Direte, per forza, il tormento viene dal fatto che se vuoi continuare a fare inutili scatti con cui vellicare il tuo amor proprio di creativo, dovrai mettere mano al portafoglio e invece no, non si tratta solo di questo. E' un dispiacere più profondo e difficilmente spiegabile. Naturalmente mi sono subitoprecipitato al capezzale della supposta moribonda su cui le acque apparentemente limpide ed azzurre del Nam Ou, in realtà rese pesantemente ambrate e niente affatto trasparenti da sospensioni fangose di varia provenienza, la dura realtà essendo sempre assai lontana dai voli pindarici della fantasia, avevano operato la loro proditoria ed infingarda azione divoratrice e come si sa, l'elettronica è così sensibile, specialmente all'umidità, figuriamoci all'acqua, quasi come una pallida signorina inglese dai polmoni deboli, in cura sulla Cote d'Azur. 

Quando sono arrivato, cercando di trattenere un respiro affannato ed ansioso, l'uomo in camice bianco, con un accenno di sorriso sconsolato di routine, mi ha subito messo davanti alla realtà per dura che fosse, con la durezza del medico abituato a trattare coi parenti del malato terminale. Era là, non già in un candido lettuccio di ospedale, ma sul duro e freddo bancone dell'obitorio. Aperta completamente, come si confà dopo ogni autopsia, il dorso riverso da un lato, le schede staccate con i contatti beanti e arricciati, rivolti all'aria in un disperato tentativo di connessione, i circuiti ormai spenti, la bocca priva di obiettivo, spalancata in un verso doloroso. Mi ha reso edotto, certo, di tutti i teentativi di salvataggio in extremis, di come tutti si erano prodigati a pulire, nettare, ricoprire ogni polo di una sottile patita antiossidante per tentare di richiamare in vita quella che solo in apparenza pareva addormentata in un sonno profondo. Il coma era ormai irreversibile, neppure la sostituzione di qualche parte vitale sarebbe stata sufficiente, bisognava rassegnarsi. Certamente è stata una stretta al cuore, perché ancora ci speravo. Per l'obiettivo no, questo era stato subito dato per spacciato. Tutto tronfio ed eretto con la sua sicumera falliforme, si supponeva che fosse in effetti l'anello più debole della coppia, destinato a crollare alla prima prova difficile, così delicato e sensibile come tutti i maschi, tanto prepotente e gonfio di sé stesso, quanto debole e caduco alla prima difficoltà o spento e affannato dopo aver esaurito in un attimo tutta la sua finalità produttiva, ma lei no, così pronta a recepire e comprendere le immagini che la circondavano. 

Così abile nell'elaborarle e far nascere dentro di sé quel miracolo di informazioni che davano vita a linee, colori, emozioni. Apparentemente fragile era in realtà dura e resistente anche ai colpi ed alle avversità che la vita le aveva proposto, non per niente aveva il corpo di titanio. Invece è bastato l'umido soffio putrescente dell'Indocina, qualche piccola goccia di umore malsano e l'afflato vitale si è spento, la scintilla elettronica si è fermata, il corpo immobile, lo schermo annerito. Mi sono staccato a fatica dal cadavere ormai freddo e necrotico, inutilmente consolato dal cerusico che con sguardo avido mi ha proposto subito soluzioni innovative e mirabolanti, oltre tutto assolutamente convenienti, stropicciandosi le mani adunche. Uomo senza cuore, impermeabile ai sentimenti e aduso solo a battere i tasti della calcolatrice per trasformare il dolore in cifre. Rimaneva solo da compiere l'ultimo gesto di amore, firmare per permettere il prelievo dei pochi organi ancora utilizzabili, utili forse a salvare qualche altra malata, meno grave e per questo non destinata allo spegnimento prematuro. Tra l'altro mi ha scalato 40 euro dal nuovo balocco, chiuso nella sua scatola dorata e lucida con cui mi sono allontanato nella notte come un ladro traditore, ansioso di metterne alla prova la passionalità. 


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Una notte a Bahrein.

Gli spazi di attesa degli aeroporti sono uno dei non-luoghi della vita. Aree immense dove il tempo rimane cristallizzato nell'attesa. C'è chi si organizza naturalmente, il grande manager non perde tempo e alacre lavora al suo PC o meglio al tablet i-qualcosa; i viaggiatori vecchio stampo, cariatidi del passato, hanno generalmente un libro in mano; gli uomini d'affari, al fianco la 48 ore nera colma di contratti da definire. Anche gli stuoli di bambini vocianti che popolano altri spazi topici, paiono qui come attutiti da una atmosfera di limbo sospeso, scandito dalle voci robotiche ma vellutate degli annunci continui. Chi dorme coricato, seduto o sdraiato e sfatto dalle attese; chi si aggira famelico per non perdere le strepitose ed inderogabili offerte del Duty Free; chi guarda i negozi più smagato e con aria di sufficienza del frequent flyer. Rimane comunque un luogo dove puoi osservare tipologie di personaggi non comuni, anzi suggerisco questa attività osservativa come una delle più interessanti per far trascorrere quelle ore interminabili (l'aeroporto è appunto uno spazio-tempo dove la curvatura dello spazio fa trascorrere i minuti molto più lentamente che altrove). Alcuni sono più asettici e lasciano meno spazio alla fantasia, altri, che aggiungono magari un tocco di esotico o di insolito, rimangono ideali per scovare quadri particolari e ricamarci su vicende e storie. 

Uno di questi è l'aeroporto di  Bahrein. E' un po' periferico rispetto ai colossi degli Emirati vicini, quindi mantiene quel misto di internazionalità moderna e smaccata, unita all'atmosfera mediorientale ed esotica del Golfo. Al di là delle vetrate, anche se stai infagottato per ripararti dall'aria condizionata polare, senti ugualmente o per lo meno immagini il soffio caldo del deserto, il mare ribollente ma immobile, solcato da pirati e petroliere, i fermenti di un malessere non passeggero che serpeggia come un virus aggressivo e forse letale. La notte sembra non esistere come in tutti gli aeroporti del mondo, ma qui i grandi spazi espositivi dei negozi paiono più assonnati del solito, gli addetti meno mobili, mentre le vetrinette stentano ad aprirsi. Qualche richiamo, qua e là sulle pareti, alla costa delle perle, poi il consueto occhieggiare di marchi ammiccanti ed esclusivi, l'esibirsi di merci così lussuose che si vedono solo sui fogli più patinati di riviste ancor più esclusive. E la gente che si aggira lenta tra gli espositori retroilluminati, è anch'essa particolare, diversa. Ecco laggiù un gigantesco africano con un colorato vestito tradizionale che la borsa di pelle fine e i gemelli preziosi che spiccano sulla manica della camicia che fuoriesce dalla galabeya, tradiscono come un qualche plenipotenziario inviato a fantomatici congressi di importanza vitale per le sue tasche capaci e rapaci. 

Rimane a lungo immobile davanti ad una sfilata di orologi preziosi dai prezzi a 5 cifre, che guarda con l'occhio attento del conoscitore, forse almanaccando come investire la prossima tangente. Ad un tavolino di un bar esclusivo, due uomini in scuro elegante parlano a voce bassa. Uno è indiano con lunghe basette e folti baffoni grigi, l'altro, europeo, consulta con aria distaccata una brochure patinata, come indeciso se comprare o meno. Il primo continua a parlare con voce suadente, melliflua. Di certo gli illustra i vantaggi innegabili di un'offerta che non si può rifiutare, capirà, son venuto apposta senza trascorrere il Diwali in famiglia, pensi a come ci tenevo ad incontrarla. Dalle scale mobili, un anziano piccolo e grasso guida un piccolo corteo di donne velate, tutte più grasse di lui ed un cospicuo numero accessorio di bambini muti ed indecifrabili, che spingono carrelli sormontati da bagagli di proporzioni da esodo. La processione si avvia di buon passo verso il gate per Sana'a, ultima chiamata. Poi d'un tratto, come se i non molti personaggi che popolano la notte si fossero smaterializzati, confondendosi mescolati ai colori delle pareti, ecco arrivare una coppia che, pur senza apparire, fa il vuoto intorno a sé. Sono entrambi altissimi e camminano come fossero unici, alieni in un mondo di nani, di servi, di gente inferiore. Lui magro e slanciato, di cui si indovina comunque un corpo sano e sportivo sotto la tunica così bianca ed immacolata da non riuscire a strisciare per terra per l'orrore di lordarne i bordi. 

Una kefiah altrettanto candida ben fermata dal doppio cordone corvino e quasi lucido, dai nodi ben formati, incornicia un volto nobile, con un accenno di barba non curata ma curatissima. Un naso nobile sostiene dei rayban a specchio a nascondere uno sguardo che non si posa su nulla, sfiora soltanto le cose perché nessuna è abbastanza importante. Il braccio destro giace disteso lungo il corpo, non riesce neppure a sollevarsi per il peso del Rolex d'oro e diamanti. Mani curate, lunghe e sottili. La sinistra tiene leggera quella di lei, la Principessa delle Mille e una notte. La sua tunica, nera giaietto, preziosa col suo finissimo bordino d'oro, non riesce a nascondere il tacco 12 a stiletto rosso fuoco che compare e sparisce ad ogni passo, fasciando un corpo che indovini dal movimento, flessuoso e felino, che si nasconde con una malizia carica di mille promesse segrete. Un severissimo niqab, nero anch'esso bordato d'oro, le copre completamente il capo ed il volto, di certo bellissimo, con la parte anteriore quasi sospesa su un naso altero, irridente, coscio della propria bellezza segreta. Poi dalla sottilissima striscia lasciata scoperta ecco emergere due incredibili occhi fatati, che le spesse righe nere del kajal rendono ancor più vivi e penetranti, bellissimi, due pupille di carbone ardente che lasciano sguardi illanguiditi su un mondo inferiore, indegno di essere valutato. L'enorme borsa Luis Vitton nasconde a malapena i pacchetti marchiati Hermes, Bulgari e Prada. Poi la visione scompare tra sentori di sandalo, patchouli e cinammomo. Ecco, chiamano il mio volo.



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Yuē.

Non sentivate un po' di mancanza di qualche ragionamento sui nostri amati ideogrammi cinesi? Dopo avervi ubriacati così a lungo di Indocina torniamo dunque sui sentieri antichi, con uno dei caratteri più semplici e più usati nella lingua del Regno di mezzo. Ecco infatti il nostro Yuē - 曰 ,Dire, verbo di uso comune che rappresenta una evoluzione del già conosciuto  口 - kǒu, Bocca. Infatti al nostro segno quadrato che mostra la bocca spalancata viene aggiunto soltanto una lineetta interna a mostrare la lingua che si muove e quindi pronuncia delle parole. Ma vediamo come per arricchire di sfumature la lingua, sia sufficiente aggiungere definizione al segno. Infatti aggiungendo l'ideogramma di mendicante (uomo davanti alla porta) sotto al nostro Dire otteniamo Chiedere a bassa voce, come fa appunto il bisognoso di porta in porta. Se aggiungiamo ancora a fianco un'altra bocca spalancata otteniamo 喝 - hè   Gridare, che mi sembra assolutamente consequenziale. Ma se invece che pronunciare con il quarto tono, che è sempre un po' secco ed esplosivo, lo stesso carattere viene pronunciato con il primo tono,  hē,  più piano ed allungato, il significato cambia completamente e vale : Bere.

Forse perché se un questuante chiede a bocca aperta, a furia di gridare gli verrà anche sete. Misteri della lingua. Se a Dire, invece sovrapponiamo il segno Piacevole otteniamo 甘 - gān,  col significato di Dolce. Nulla di più emblematico dello zucchero sulle labbra per indicare il più piacevole dei gusti, anche in senso figurato. Ma vediamo cosa succede se raddoppiamo il carattere, sovrapponendolo ad una copia di sé stesso, ma più grande e ciccio. Otteniamo 昌 - chāng,  che significa appunto, Fiorente, rigonfio, prosperoso, con la ridondanza esibita del segno delle due bocche. Par di vedere due coppie di bei labbroni a canotto, che vanno tanto di moda dalle nostre parti ultimamente. E già, perché se arricchiamo ulteriormente questo segno con il ben noto carattere di 女- Donna, otteniamo il popolaresco e assai volgare 娼 - chāng, che si pronuncia esattamente allo stesso modo e vuol dire appunto Puttanone. In Cina si associava questa icona di procacità esibita proprio al mestiere più antico del mondo che era naturalmente assai praticato anche da quelle parti, come racconta più volte Marco Polo. La bellezza femminile, dunque, secondo i cinesi, non va mai troppo esibita se non vuole diventare subito volgare. Meditate fanciulle, meditate.


Refoli spiranti da: E. Fazzioli - Caratteri cinesi - Ed. Mondadori


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Cronache di Surakhis 47: La flessibilità in uscita.

La notte era definitivamente scesa e le ultime lune erano sorte dietro le Fragrant Hills di Novigorad. Gli abitanti erano ormai tutti rientrati nelle caverne scavate nella spazzatura, che con la sua fermentazione garantiva anche un calore accettabile, oltre ad un percolato che ormai molti bevevano per sprofondare nel sonno con la mente sgombra da pensieri. Aveva un sapore forte, ma gustoso, come di pesce marcio e con rapidità ottundeva la mente, impedendo i ragionamenti troppo complessi. Da quando era stato deposto l'Imperatore lungocrinito, rifugiatosi, dopo l'ennesima cura di ringiovanimento,. in una delle sue case- postribolo dove trascorreva le giornate selezionando le ragazze, il pianeta aveva compiuto una sterzata decisa. Il nuovo Primo Ministro Shan Men andava diritto per la sua strada ed i provvedimenti avevano mutato un poco lo stile di vita di Surakhis. L'innalzamento della pressione fiscale al 99% era stata sì giudicata un po' eccessiva da molti commentatori economici, ma sul piano pratico si era avvertita una scossa sui mercati finanziari di tutta la galassia e gli investitori stavano cominciando a ricomprare buoni-schiavo a piene mani. 

Anche lo spread tra il costo di una buona prestazione sessuale di una plurivaginata Vegana ed una ciucciatrice locale era sceso a livelli accettabili. In serata poi era passato anche il provvedimento della ministra Forblack che garantiva una maggiore flessibilità in uscita dal lavoro, imponendo agli schiavi che passavano nelle cosiddette stanze di compensazione sodomitica a fine turno, una posizione di almeno 90 gradi per consentire ai macropenici incaricati una più facile estrazione. La mancanza di flessibilità, questo era sempre stato rimproverato a quei caproni di Keepintheass che pretendevano di svolgere la pratica stando in piedi per accelerare, non capendo che una più acconcia posizione avrebbe favorito la tendenza ad avere anche una maggiore flessibilità nell'introduzione, cosa sempre un po' dolorosa e difficile data la dimensione degli organi sessuali degli addetti alla funzione. Anche la concessione ai proprietari delle miniere di poter abbattere gli schiavi in eccesso o nullafacenti, direttamente nei tunnel, avrebbe incentivato a nuove assunzioni e già le agenzhe di recupero crediti stavano girando nei suburbi a prelevare nuovi schiavi nelle famiglie indietro col pagamento delle rate. 

Tutti sembravano contenti insomma, in fondo anche lo schiavo ci gode un po' e si rilassa in quella piccola cerimonia al termine delle 24 ore di lavoro e con un po' di sale sulla coda evita di impigrirsi in fondo ai tunnel manovrando i martelli pneumatici con maggiore gioia e soddisfazione se sa che ad ogni spegnimento volontario, partirà una scossetta da 40.000 Volt. Fuori, i cortei dei Morigeratores avevano fatto una dimostrazione di facciata, tanto perché non si dicesse che non pensavano ai lavoratori, ma si erano subito dispersi nelle case di piacere lungo la via principale, che avevano ottenuto la liberalizzazione di tenere aperto 24 ore su 24. In realtà invece un forte fermento percorreva la classe politica che, anche se temporaneamente messa da parte dal decisionismo di Shan Men, mordeva il freno e pensava alle elezioni imminenti. Paularius, da settimane lavorava per l'Imperatore che, fingendo di occuparsi solo della sua squadra di pallacorda, nei momenti che la selezione delle ragazze gli lasciava liberi, stava preparando il suo ritorno alla grande. 

Correva voce di una dispensa speciale per far votare, con un numero di voti a piacere, tutti i politici che una ventata di assurdo moralismo aveva condotto in massa alle prigioni centrali, con la scusa che rubavano. Una specie di bonus carcerario.E cosa mai avrebbero dovuto fare i politici, occuparsi soltanto di trombarsi le Aspiranti (così chiamate per la loro caratteristica in cui erano maggiormente dotate) che volevano entrare nel giro? Quello era certo un benefit gradito, ma assolutamente accessorio. Appositi galoppini distribuivano ai capifamiglia blocchetti di buoni-sesso liberamente spendibili in ogni casa chiusa del paese e le promesse di poter rubacchiare più tranquillamente si sprecavano. Libera tangente in libero stato era lo slogan che correva su tutte le bocche. Presto ci sarebbero state le elezioni ed allora Paularius era tranquillo che la politica sarebbe ritornata ad avere la preminenza. Si aggiustò meglio sulla morbida poltrona di pelliccia pubica e diede le ultime disposizioni ai suoi Sardar perché vaporizzassero rapidamente quei gruppetti di dissidenti che ancora circolavano liberi e si addormentò coccolato dalla Personal Fellatrix che si prendeva cura dei suoi momenti di relax. Sprofondò nel sonno del giusto sognando il momento in cui il Prof e la sua canea di sapientoni (figuriamoci, tutta gente che diceva di sapdr leggere e scrivere) sarebbero tornati a rigovernare gli stabulacri da dove il Novigoradese li aveva improvvidamente pescati.