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Recensione: L.Troisio - Quindici alibi.

Ecco qua un altro libro di Troisio, il Professore, uno dei suoi ultimi lavori, una serie di racconti fino a "L'invariante di Khelm", un vero e proprio romanzo breve. Quindici racconti, divisi in tre parti (la prima "il glande dell'iceberg" più corposa e intrigante) a raccontare i suoi temi tipici, autobiografici, legati e intrinsecamente inscindibili da quell'Oriente, sognato, amato e fintamente mal sopportato, sempre elegantemente descritto attraverso le persone e gli incontri più che tramite i luoghi. Quindici alibi, intesi latinamente, quindici "altrove", scuse per estrinsecare la sua natura di viaggiatore solo apparentemente disincantato, mordace e sarcastico, ma sempre pronto a far passare, tra le righe dei difetti e dei fastidi, un messaggio di amore che lo lega senza infingimenti a quei luoghi lontani in cui ha trascorso parte della sua vita e a cui ancora non sa rinunciare. Davanti ai vostri occhi passeranno  acquarelli di luoghi esotici mediati da un retino fotografico popolato di professoresse intriganti, di donne bellissime (suo debole discretamente esibito), di incontri fastidiosi, di animali imbarazzanti, di rumori insopportabili. La sua prosa a volte dura di poeta della neoavanguardia, vi accalappierà sicuramente, assieme alla sua ironia dotta, dalle citazioni lievi e nascoste e vi invoglierà a leggere altro di questo personaggio poco conosciuto, che mi onoro di avere incontrato personalmente e che insiste ad esibire, con malcelato gigioneggiare, la medaglia al valore di non aver  mai vinto nulla.


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Melancolia.

Le montagne tutte bianche di neve si possono toccare e pensate che siamo a maggio. Sotto di loro colline verdi scuro, quasi nere protette da un cielo di nuvole sfrangiate di azzurro. Davanti l'aereo aumenta i giri dei motori, il sibilo delle turbine diventa quasi insopportabile, prima lentamente poi sempre più in fretta si allontana sulla pista, la percorre tutta, si alza e se ne va. E io rimango qui a terra a guardarlo con occhio malinconico.


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ностальгия.

La variabilità della primavera sembra girare al bello. Il tepore comincia a farsi sentire ed il mese di maggio alle porte ne darà conto, per lo meno nei paesi come il nostro dove gli eccessi sono sempre stati mitigati dalla latitudine. La centralità e la moderazione è sempre più gradevole dell'estremismo, ma che languore e che nostalgia se penso alla primavera di Mosca. Eppure, tra le altre, è forse la stagione russa più sgradevole. Il bianco nitore invernale si muta adagio adagio in fanghiglia sporca e fastidiosa. Il freddo di nonno inverno, così secco che quasi non lo avvertivi, ben coperto sotto l'esangue disco lontano del sole velato dalle brume non è così sgradevole, anzi, ben conosciuto e preparate le opportune difese, è quasi piacevole. Vesti calde e scarpe imbottite, ti puoi godere la passeggiata anche se, quando fai un respiro lungo, non protetto da una bella sciarpa, senti un dolore al centro del petto, segno inequivocabile che sei sotto i -25°C. La primavera invece quando arriva è pioggerella umida, piedi bagnati, sudore perché sei troppo vestito o brivido di freddo se ti sei scoperto troppo in fretta. Le temperature passano in un attimo da 0 a 20 gradi. Pochi giorni fa l'amico Ferox, sguazzava nella fanghiglia semighiacciata, ieri Zhenija mi parlava di 25°C e maniche di camicia. 

Che sensazione eccitante, quando uscivo al mattino dal Pekin di buon ora e le strade erano ormai asciutte, il sole già alto nel cielo ed ogni giorno potevi constatare di come le ore di luce si allungassero a dismisura e i primi chiarori ti coglievano così presto dai finestroni non velati dell'albergone sovietico, svegliandoti, privo di paraventi a proteggere il sonno, come se i moscoviti non volessero perdersi neppure un attimo di quel bagliore meraviglioso dopo tanti mesi di pallida oscurità. I lampioni gialli ormai spenti, le porte della metro lasciavano uscire frotte di giovani ragazze che la stagione incipiente aveva già convinto a lasciare le calde dublionke e le shapke di volpe per dare spazio a gonne svolazzanti che i soffi di vento forte muovevano così maleducatamente, facendosi beffe dei loro tentativi di coprire le lunghe gambe affusolate, scompigliando ad un tempo anche i loro capelli biondi. Nelle poche centinaia di metri di largo marciapiede del kalzò, l'anello che circonda il centro, che percorrevo per arrivare all'ufficio era tutto un ticchettio di passi veloci, mentre le poche macchine passavano finalmente senza sollevare gli sgradevoli spruzzi di acqua sporca. 

Avevi una sensazione di gradevole speranza, non turbata dal miserevole squallore delle vetrine spente e grigie, il negozio misero di orologi usati Ciasì dati in conto vendita, la sartoria che pomposamente si chiamava Atelier, con due manichini storti e un fondale staccato da anni che nessuno raddrizzava,  il magazzino Producti con gli scaffali desolantemente vuoti e le sue commesse ingrugnite che speravano solo che tu non entrassi ad infastidirle. Bastava fare due passi in uno dei tanti parchi della città e lo spuntare dei germogli, le prime verdi foglioline sui rami allargavano i sorrisi delle mamme coi bambini per mano, qualche vecchio cominciava a sedersi qua e là a giocare a scacchi, anche l'aria non sembrava più puzzare di carburante mal combusto. Avevi voglia di stare fuori, di passeggiare per le strade del centro tra i palazzi antichi decaduti, nel giardino sotto al Cremlino a vedere se anche quella fine di aprile era così ricco di spose che portavano il bouquet alla tomba dei caduti, a traversare la Piazza Rossa in diagonale per goderti i colori delle cupole di San Basilio. Zhenija si stringeva nel cappotto leggero, sembrava avere ancora freddo, stringendosi il foulard attorno alla gola, piuttosto delicata e guardava di sbieco la torre Spaskaija con la stella rosso rubino che continuava a brillare anche se ormai sventolava la bandiera bianca, rossa e blu del rinnovamento. Che nostalgia!


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Lettere dal Laos 21: Paperissima Sprint.



Il Nam Ou a Muang Ngoi Neua  (foto Procchio).


Bufali.
La giornata si presenta come una di quelle memorabili nel corso di un viaggio. Sette ore di risalita del Nam Ou penetrando l'estrema provincia a nord del Laos, incastonata tra Cina e Vietnam, uno dei paesaggi più emozionanti ed allo stesso tempo oleografici di questa parte di mondo. La lancia è stretta e piccolissima ed i sette passeggeri cercano astutamente di accaparrarsi i posti più comodi. Scendiamo la lunga scalinata che conduce all'imbarcadero trascinando i bagagli pesanti. Tong, come al solito si assicura che tutto sia a posto, preoccupato che non siamo sufficientemente comodi, poi se ne torna a Nong Kiaw dove aveva lasciato il van. Ci raggiungerà a Muang Khua dove il Nam Ou si unisce al Nam Phak. Una giornata che si preannuncia serena e riposante, da spendere nella tranquilla ammirazione dello scenario magnifico che ti sfila davanti mentre si risale la corrente. Ancora rive scoscese che portano a piccoli spazi piani dove verdeggiano le risaie o gli orti provvisori, alberi da frutta inframmezzati a quelli della foresta, capanne isolate, bufali immersi nel fiume che ti guardano passare con l'occhio umido, sbuffando sotto il pelo dell'acqua. Pare non possa esserci nulla di più piacevole e tranquillo che godere della bellezza del paesaggio, di riempirsi gli occhi di immagini indimenticabili. Invece, un diavoletto maligno è sempre in agguato, aspettando che ti rilassi completamente, lasciandoti andare troppo all'andamento lento e scevro di intoppi. 

Montagne carsiche sul Nam Ou.
Certo devi metterci del tuo, di quella disattenzione goffa e un po ridicola che ti porti dietro assieme al boccettino dell'Amuchina e ai cerotti per le bolle nei piedi. In ogni viaggio noterete che da qualche parte ci sarà sempre un turista grasso e fantozziano che combina qualche scemenza. La cosa fa sghignazzare tutti e sarà parte dei fatterelli divertenti sulla goffaggine umana da portarsi a casa e raccontare agli amici. Fatto sta che più o meno a metà percorso, un po' per scaricare una donnina che era arrivata al suo villaggio con la sua cesta di galline, un po' per dare modo alle stanche vesciche degli anziani di liberare dell' affanno dell'impellenza le ore rimanenti, la barca si avvicina alla riva, dove una lingua di sabbia permette un approdo precario. Ci sono altre piccole barche a riva, per cui sarà necessario, per prendere terra, saltare di barca in barca. Così mentre i più atletici tra i giovani passeggeri volteggiano come libellule leggere con i piedi nudi nella fanghiglia sabbiosa, il tricheco più pesante e impacciato, tenta di passare sul traballante guscio di bambù con acrobazie ed evoluzioni strane che lo portano dapprima a scavalcare la bordata con una gamba, poi a rimanere in bilico con  un piede di qua e l'altro ancora di là, tentando di decidere da quale parte stare come un tronista della De Filippi tra due corteggiatrici. 

Il paesaggio fluviale.
Di certo una di quelle scenette così ridicole da sembrare finte quando vengono proposte nei filmati di Paperissima, con il ciccione in mega pantaloncino corto ascellare, ciabatte in una mano, zainetto nell'altra, preziosa reflex al collo, in bilico,  mentre le due barchette lentamente, ma irrimediabilmente si allontanano tra di lro. Un dondolio ansimante, un pencolamento per recuperare un equilibrio ormai perduto, un ultimo disperato tentativo di riprendere stabilità, mentre le gambe si aprono a compasso, infine un annaspare inutile delle braccia e poi l'atteso, inevitabile, ridicolo tonfo nelle bigie acque del fiume, che prima apparivano così azzurre, ora soltanto marroni e fangose. Chi sulla riva rimane a sghignazzare, facendosi beffe  del malcapitato, chi corre al salvamento, non facile data la stazza del naufrago, chi si agita per tentare di recuperare la barca sciolta nella corrente. Emerso come Dio vuole dalle acque il pulcino anzi il tacchino fradicio, ecco palesarsi il disastro in tutta la sua estensione. La macchina fotografica irrimediabilmente bagnata e in agonia, il telefonino giustamente affogato e morto per sempre, i sacchettini saggiamente impermeabili con denaro, passaporto e altro, improvvidamente bucati e subito inzuppati di acqua fangosa, gli occhiali da vista, per la prima volta dopo 20 giorni, tirati fuori dallo zaino, irrimediabilmente caduti nel brago. Subito viene organizzata dai barcaioli locali accorsi, una brigata di una decina di bambini, che nudi, si gettano nel fiume nella ricerca disperata, speranzosi in una buona mancia, ma indarno, che la corrente e i gorghi del maligno Acheronte già hanno compiuto la loro opera di peerdizione. 

Bambini sul fiume.
Che'ffigura di m... Seduto sulla ripa a stendere maglietta e zaino, a spacchettare la mazzetta dei dollari fradici, a smazzare le pagine del passaporto con i bolli rossi e blu che cominciano a stemperare languidamente i loro colori nelle pagine vicine. Unadebacle per il fisico ed il morale di rara efficacia. Vuoi fare il grande viaggiatore che se la ride degli impediti che faticano a ritrovarsi nelle difficoltà dell'itinerario, guardi con compatimento giovani stanchi ancor prima di partire, ti gonfi come un pavone perché nonostante gli anni, godi ad affrontare spostamenti impegnativi, camminate faticose e trasporti locali zaino in spalla e poi mi caschi dentro il fiume come un salmone in fregola. Stanco, depresso, acciaccato e deriso, ho trascorso il resto della giornata a meditare sulla mia goffaggine, tentando di far asciugare al meglio le mie povere cose all'aria che, beffarda, mi scompigliava i capelli bagnati, mentre la barca risaliva il fiume. A lato i magnifici paesaggi si chinavano grigi al passaggio, anch'essi intristiti dalla durezza del mondo. Serata cupa nella guest house, con Tong che non voleva credere che, lasciato un attimo solo, avessi fatto la frittata, occhiali perduti, telefono andato, macchina che trasuda umidità con l'obiettivo ricoperto di goccioline ed il display irrimediabilmente nero e muto, con il phon in mano ad asciugare banconote e pagine del passaporto che si accartocciano un poco, come la tua sicumera irrimediabilmente ferita. Ed è andata già bene che, a parte l'imponente danno economico, non esiste traccia fotocinematografica per cui potrò sempre negare o minimizzare. Tomorrow is an another day.

Il Nam Ou.

Il taccuino di viaggio.


Il viaggio ha molte componenti. C'è il momento della preparazione, con l'assunzione di informazioni e la preparazione psicologica a quando si vuole o si spera di vivere. Un modo di accostarsi all'esperienza che spesso è fondamentale per condizionarne la riuscita, con la costruzione di aspettative e la formazione del corretto background necessario a poter "vedere" veramente quello che ci passerà davanti agli occhi e per poter tentare davvero di comprenderlo, cosa spesso molto difficile, condizionati come siamo dalla nostra particolare esperienza spesso gonfia di preconcetto. C'è poi la fase dello sviluppo vero e proprio in cui il nostro progetto trova attuazione, con i suoi giusti momenti di tensione e rilassamento, con i suoi auspicabili imprevisti appaiati alle conferme delle aspettative create, aspetti entrambi indispensabili a creare il giusto mix di piacevole scoperta. Infine deve esserci il momento della riflessione, in cui tutte le informazioni sensoriali acquisite, unite alle sfumature psicologiche ed alle sensazioni mentali godute, si devono sedimentare, essere metabolizzate, comprese e diventare parte integrante di noi stessi, compiendo quella funzione di arricchimento che sarà il premio della nostra fatica/piacere. 

Molti sono gli strumenti che aiutano questi processi, oggi più che mai l'utilizzo della rete che ha reso facile e molto divertente tutto questo, assieme a tutti gli strumenti esistenti per catturare suoni ed immagini e portarceli con noi in maniera più oggettiva e sicura di quanto non permettano le nostre labili sensorialità, consentendoci anzi, di lasciare loro più spazio nel cogliere sensazioni e sfumature emozionali che forse sfuggono più facilmente quando si è più concentrati a vedere e sentire le cose. Un tempo i viaggiatori avevano con se una matita ed un piccolo album su cui fissare scorci e immagini, per catturare in qualche modo la bellezza che li stordiva e portarla con sé. Io ho l'abitudine di avere con me un calepino, un piccolo taccuino di viaggio su cui appuntare dati, momenti, ricordi, fatti ed emozioni perché al termine del percorso, possa darmi la possibilità di rimetterli in fila con ordine, richiamarli alla memoria per approfondirli, sfruttarne appieno la loro avvenuta esperienza amplificandone la portata. 

Il mio è un piccolo libricino di sottile e solida carta giapponese che un amico mi ha regalato assieme ad un pennarello nero e sottile, quasi uno stilo antico, che mi da un sottile piacere solo a toccarne le pagine bianche. E' davvero una grande soddisfazione, sfogliandolo, ripercorrere il sentiero compiuto, con le sue tappe e i suoi momenti topici; riconsiderare incontri ed immagini che sono passate in un attimo e sono rimaste lì, nascoste dietro ad altre e considerate  dai meccanismi cerebrali automatici, come meno importanti; riviverle nuovamente afferrandone spesso nuove sfumature sfuggite nell'affanno del momento. Porta con sé, nella sua materialità, il senso di quanto è avvenuto. Poco importa se è ormai consunto, se i bordi dei fogli e gli angoli sono ormai arricciati da improvvidi bagni nell'acqua in cui è stato lasciato cadere, se le parole sono a volte solo più macchie di umidità e gli spigoli sbocconcellati dall'uso. 

Anzi, ogni volta che lo rigiri tra le mani, ogni occasione in cui ne apri le pagine appiccicate o quando ne scosti la sottile fettuccia rossa per portare avanti il segno della tua attenzione, il filo del ricordo, ti si riapre un mondo di sensazioni che il tempo trascorso ha arricchito e reso fruibile. E quale cumulo di emozioni quando ti torna tra le mani uno dei vecchi taccuini del passato. Quasi un pescare tra i momenti trascorsi, rimestare il proprio vissuto accarezzandone le sfumature dimenticate, i ricordi che si sono trasformati inconsciamente nei mattoni della tua complessità. Poi lo riponi, con cura, per consegnarlo ad un altro tempo, quando, ripreso saprà ancora darti nuovi sapori e profumi, come quei vini sapientemente affinati che ad ogni piccola scossa tra le pareti di un bicchiere di puro cristallo, sprigionano un nuovo ammaliante e ancora sconosciuto bouquet. 

Notazione per l'amico Leo, ne avrei bisogno di uno nuovo.


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Una notte a Bahrein.

Gli spazi di attesa degli aeroporti sono uno dei non-luoghi della vita. Aree immense dove il tempo rimane cristallizzato nell'attesa. C'è chi si organizza naturalmente, il grande manager non perde tempo e alacre lavora al suo PC o meglio al tablet i-qualcosa; i viaggiatori vecchio stampo, cariatidi del passato, hanno generalmente un libro in mano; gli uomini d'affari, al fianco la 48 ore nera colma di contratti da definire. Anche gli stuoli di bambini vocianti che popolano altri spazi topici, paiono qui come attutiti da una atmosfera di limbo sospeso, scandito dalle voci robotiche ma vellutate degli annunci continui. Chi dorme coricato, seduto o sdraiato e sfatto dalle attese; chi si aggira famelico per non perdere le strepitose ed inderogabili offerte del Duty Free; chi guarda i negozi più smagato e con aria di sufficienza del frequent flyer. Rimane comunque un luogo dove puoi osservare tipologie di personaggi non comuni, anzi suggerisco questa attività osservativa come una delle più interessanti per far trascorrere quelle ore interminabili (l'aeroporto è appunto uno spazio-tempo dove la curvatura dello spazio fa trascorrere i minuti molto più lentamente che altrove). Alcuni sono più asettici e lasciano meno spazio alla fantasia, altri, che aggiungono magari un tocco di esotico o di insolito, rimangono ideali per scovare quadri particolari e ricamarci su vicende e storie. 

Uno di questi è l'aeroporto di  Bahrein. E' un po' periferico rispetto ai colossi degli Emirati vicini, quindi mantiene quel misto di internazionalità moderna e smaccata, unita all'atmosfera mediorientale ed esotica del Golfo. Al di là delle vetrate, anche se stai infagottato per ripararti dall'aria condizionata polare, senti ugualmente o per lo meno immagini il soffio caldo del deserto, il mare ribollente ma immobile, solcato da pirati e petroliere, i fermenti di un malessere non passeggero che serpeggia come un virus aggressivo e forse letale. La notte sembra non esistere come in tutti gli aeroporti del mondo, ma qui i grandi spazi espositivi dei negozi paiono più assonnati del solito, gli addetti meno mobili, mentre le vetrinette stentano ad aprirsi. Qualche richiamo, qua e là sulle pareti, alla costa delle perle, poi il consueto occhieggiare di marchi ammiccanti ed esclusivi, l'esibirsi di merci così lussuose che si vedono solo sui fogli più patinati di riviste ancor più esclusive. E la gente che si aggira lenta tra gli espositori retroilluminati, è anch'essa particolare, diversa. Ecco laggiù un gigantesco africano con un colorato vestito tradizionale che la borsa di pelle fine e i gemelli preziosi che spiccano sulla manica della camicia che fuoriesce dalla galabeya, tradiscono come un qualche plenipotenziario inviato a fantomatici congressi di importanza vitale per le sue tasche capaci e rapaci. 

Rimane a lungo immobile davanti ad una sfilata di orologi preziosi dai prezzi a 5 cifre, che guarda con l'occhio attento del conoscitore, forse almanaccando come investire la prossima tangente. Ad un tavolino di un bar esclusivo, due uomini in scuro elegante parlano a voce bassa. Uno è indiano con lunghe basette e folti baffoni grigi, l'altro, europeo, consulta con aria distaccata una brochure patinata, come indeciso se comprare o meno. Il primo continua a parlare con voce suadente, melliflua. Di certo gli illustra i vantaggi innegabili di un'offerta che non si può rifiutare, capirà, son venuto apposta senza trascorrere il Diwali in famiglia, pensi a come ci tenevo ad incontrarla. Dalle scale mobili, un anziano piccolo e grasso guida un piccolo corteo di donne velate, tutte più grasse di lui ed un cospicuo numero accessorio di bambini muti ed indecifrabili, che spingono carrelli sormontati da bagagli di proporzioni da esodo. La processione si avvia di buon passo verso il gate per Sana'a, ultima chiamata. Poi d'un tratto, come se i non molti personaggi che popolano la notte si fossero smaterializzati, confondendosi mescolati ai colori delle pareti, ecco arrivare una coppia che, pur senza apparire, fa il vuoto intorno a sé. Sono entrambi altissimi e camminano come fossero unici, alieni in un mondo di nani, di servi, di gente inferiore. Lui magro e slanciato, di cui si indovina comunque un corpo sano e sportivo sotto la tunica così bianca ed immacolata da non riuscire a strisciare per terra per l'orrore di lordarne i bordi. 

Una kefiah altrettanto candida ben fermata dal doppio cordone corvino e quasi lucido, dai nodi ben formati, incornicia un volto nobile, con un accenno di barba non curata ma curatissima. Un naso nobile sostiene dei rayban a specchio a nascondere uno sguardo che non si posa su nulla, sfiora soltanto le cose perché nessuna è abbastanza importante. Il braccio destro giace disteso lungo il corpo, non riesce neppure a sollevarsi per il peso del Rolex d'oro e diamanti. Mani curate, lunghe e sottili. La sinistra tiene leggera quella di lei, la Principessa delle Mille e una notte. La sua tunica, nera giaietto, preziosa col suo finissimo bordino d'oro, non riesce a nascondere il tacco 12 a stiletto rosso fuoco che compare e sparisce ad ogni passo, fasciando un corpo che indovini dal movimento, flessuoso e felino, che si nasconde con una malizia carica di mille promesse segrete. Un severissimo niqab, nero anch'esso bordato d'oro, le copre completamente il capo ed il volto, di certo bellissimo, con la parte anteriore quasi sospesa su un naso altero, irridente, coscio della propria bellezza segreta. Poi dalla sottilissima striscia lasciata scoperta ecco emergere due incredibili occhi fatati, che le spesse righe nere del kajal rendono ancor più vivi e penetranti, bellissimi, due pupille di carbone ardente che lasciano sguardi illanguiditi su un mondo inferiore, indegno di essere valutato. L'enorme borsa Luis Vitton nasconde a malapena i pacchetti marchiati Hermes, Bulgari e Prada. Poi la visione scompare tra sentori di sandalo, patchouli e cinammomo. Ecco, chiamano il mio volo.



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Recensione: L. Troisio - Nuvole di drago.


Al termine del mio report di viaggio laotiano, voglio proporvi un libro, Nuvole di Drago E. Il foglio - 2009, che mi è parso davvero interessante e che non mancherà di accalappiare l'attenzione di quanti di voi, viaggiatori e aspiranti tali, mi seguono sui terreni del desiderio di comprendere quanto sta al di là delle barriere mentali che ci andiamo precostituendo. Il libro non è altro che un insieme di diari di viaggio e di riflessioni su questi argomenti, che l'autore, Luciano Troisio, globtrotter flaneur, che ho avuto l'onore di conoscere personalmente proprio, come si suol dire, in loco, ha raccolto attorno ad alcuni suoi vagabondaggi asiatici e che dedica "agli estranei che in viaggio mi hanno costretto a condividere tramonti". Da qui potete capire come il racconto si dipani divertente e comunque ricco di informazioni, con la graffiante ironia che gli è congeniale attraverso tutto quell'estremo Oriente che, pur con critica talvolta feroce,  lo attrae in maniera irresistibile, quasi obbligandolo ogni anno a tornare per lunghi mesi, sul "luogo del delitto", spostandosi con mezzi locali, sacco in spalla come quei tanti ragazzi che percorrono queste strade del mondo, che lui ormai pensionato ultrasettantenne, a volte irride, altre forse un po' invidia, guardandoli come un osservatore attento e disincantato, dal sellino della sua moto, con il casco slacciato. 

Non mancano i riferimenti al periodo degli anni in cui ha insegnato all'università di Shang Hai, con una illustrazione puntuale della Cina così diversa di quegli anni lontani, che lo hanno visto protagonista e spettatore dei fatti di Tien An Men, dei quali promette sempre di pubblicare prima o poi, una versione dei fatti ricca di particolari visti dall'interno, che aspetto con interesse. A chi segue i miei racconti di viaggio, piacerà sicuramente accompagnare il professore di Padova in giro per questa Asia lontana. Sedersi con lui nei bar ad osservare la fauna di locali e di stranieri che li popolano, per evidenziarne con un sarcasmo graffiante e a volte cinico e pungente, le caratteristiche più risibili nelle situazioni più curiose e divertenti. (per chi è interessato al volume, scrivere a : lupi@infol.it ).Dello stesso autore, che qualcuno definirebbe "uomo dal multiforme ingegno" ho letto anche due delle sue fatiche nel campo della poesia, Parnaso d'Oriente - Marsilio Elleffe ed. - 2004 dove raccoglie lavori a partire dal 1987, anno in cui comincia la sua peregrinazione asiatica, con una sezione in cui raccoglie traduzioni di  delicati versi di eleganti poetesse cinesi e  Papera omnia - Panda ed. .- 2010 con divertenti illustrazioni di Albino Palma, dove, per sua stessa ammissione raccoglie "poesie rimaste melanconicamente inedite perché considerate cascame di insufficiente decoro". Invitandovi quindi alla lettura, vi lascio con due esempi della sua ricerca.

Lo stillicidio della vita.

No way.

Sempiterno goccia lo sciacquone
sottopone all'asiatico supplizio della goccia
politamente il sovrintendente
ammette sconosciuta soluzione.
Esistenza breve resistenza.

Per trend di sopravvivenza
piombasi la porta
accendesi air conditio,
tv e il resto,
si tappano le orecchie con la cera.

(Forse il concetto
di Nirvana
è questo).                                                             Vientiane, 2007


Tre tè nel deserto

Con la pazienza tutto si addolcisce
anche la prima stilettata la prima umiliazione
è più repentina della seconda
la trafittura più ricca
di rapide riflessioni interlocutorie
perché uno non si rende conto subito
d'essere fottuto.

come il beduino
che nel deserto beve
quella sua sua ciofega di tè
lentamente, e giunto
al terzo bicchierino

già gli sembra
soltanto
una mezza
ciofega.                                                                Hué,  2007




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Lettere dal Laos 27: Ma quando si mangia?

Mangiatori di foe.
Spiccioli di cucina laotiana.

Peperoncini piccanti.
Maiale.
In queste pillole di impressioni che vi ho somministrato nell'ultimo mese e da cui spero traspaia la piacevolezza di questo paese che invito tutti a visitare almeno una volta nella vita, avrete di certo notato la mancanza di cenni concreti all'aspetto culinario, che, come qualcuno spesso mi rimprovera, non è secondario nelle mie chiacchierate. Colmiamo dunque questa lacuna, con un tour gastronomico a vol d'uccello, come al solito frettoloso e non esaustivo, ma da noi pressapochisti non potete pretendere di più. L'essenziale è darvi un'idea che vi stimoli ad approfondire da soli. Dunque che si mangia in Laos? Come potrete immaginare, la cucina del paese è fortemente influenzata da quella dei vicini che culturalmente hanno da sempre condizionato la cultura laotiana, Thailandia, Vietnam e Cina. 

Noodles e germogli di soya.
Riso fritto e verdure.
Quindi troverete di volta in volta sapori e piatti assai vicini a questi schemi. Ma andiamo con ordine. A colazione affronterete nella maggioranza dei casi la classica zuppa di noodles di riso più o meno piccante (foe), con verdure abbondanti e ritagli di pollo o altre carni. In alternativa uova e frittate, unite alla presenza di baguettes calde alla francese (deliziose). Passando ai pasti principali, considerate che il componente principe rimane comunque il riso, sia bollito, bianco che servirà da base per accompagnare gli altri cibi e salse, che fritto, con aggiunta di uova, verdure e carni, alla cinese (che noi conosciamo erroneamente sotto la voce riso alla cantonese). 

Sticky  rice.
Pesce stufato del Mekong.
Largamente usato il riso glutinoso per ottenere lo sticky rice, cotto a vapore e usato sempre come accompagnamento sotto forma di una quasi pasta collosa mantenuta negli appositi contenitori di vimini. Per quanto riguarda i piatti principali, oltre ai noodles bianchi o gialli, sottili o larghi, passati al wok con verdure o carni, considerate di trovare facilmente pollo, maiale o pesce al BBQ precedentemente marinati in salsa, con cui togliervi la fame comunque, se non vi adatterete ai sapori locali. Una notazione di servizio sul pesce in generale: ricordate che si tratta di pesce dal gusto un po' fangoso che proviene da fiumi che a monte hanno visto 2/300 milioni di persone tra cinesi, birmani e thailandesi, tanto per dire. Uno dei piatti tipici da provare è il Laap sistema di cottura in cui un tipo di carne (pollo, maiale, pesce o altro) viene tritato finemente e insaporito con lime, menta, chilly e aglio da accompagnare con palline di stiky rice

Insalata di papaya.
Zenzero.
Altra specialità molto speziata è il Tam som (papaya salad) o meglio Tam Mak Kung in laotiano, una insalata ottenuta con un pesto di papaya verde e i sapori di cui sopra, che troverete estremamente aggressiva. Le Naem khao sono invece palline di riso fritto mescolate a maiale agrodolce, attenzione a non farvele servire fredde, cosa che le rende quasi immangiabili. I sapori dominanti nella cucina laotiana sono: il succo di lime, il peperoncino piccante, la citronella, lo zenzero, l'aglio, la menta, il basilico, la radice di galanga, il coriandolo e la salsa nam paa che troverete sempre sul tavolo con sale e pepe, che dà ai cibi un sapore molto particolare, ottenuta dalla colatura della fermentazione del pesce (anche per un anno, l'invecchiamento è un po' come la filosofia dell'aceto balsamico). 
Noodles gialli.

Maiale
Pollo in umnido e beer lao.
Spaghetti e brodo al prezzemolo.
Si tratta di un succedaneo del famoso garum dei romani che aveva la stessa funzione. Considerate che comunque avrete a disposizione una enorme varietà e quantità di frutta, banane, ananas, papaye, manghi, meloni, angurie e tutta l'altra esotica, molta della quale per voi assolutamente nuova e da testare con cura. Da queste proviene una varietà infinita di frullati, che costituiranno una delle maggiori delizie del vostro soggiorno (max 10.000K a bicchierone). Io ho prediletto quelli al mango, alla papaya e al lime e menta. Thé verde e caffé Lao degli altipiani, spesso, nero e profumatissimo, quasi un mangia e bevi davvero ottimo, allieteranno le vostre pause assieme alla istituzione della quale il paese va giustamente orgoglioso, la famosa Beer Lao che scorre a fiumi assieme al whisky di riso (Lao lao) con cui usare una certa cautela. 

Spiedini vari-
Pollo e verdure (morning glory).
Una cucina che, priva quasi completamente di latte e latticini e dolci, non ingrassa, così son contente le signore, ma che non vi lascerà morire di fame certamente. Sia a Vientiane che a Luang Prabang (al Tamarind, vedere il sito qui ) si possono seguire corsi di cucina di un giorno che vanno dall'acquisto degli ingredienti al mercato alla preparazione di 4 o 5 piatti che infine vi papperete per cena. Taccio dei cibi particolari (vermi ed altro) di cui vi ho già accennato precendentemente e che rimangono nell'ambito delle curiosità. Concluderei così l'avventura laotiana di cui avrete ormai abbastanza (per dettagli tecnici vedete la pagina dedicata al Laos cliccando in alto sullo stick giallo) e buon appetito!

Alga khài paen  essiccata e sesamo.


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Lettere dal Laos 26: L'addio.


La jungla laotiana.

In un villaggio Akha.
Il campetto per la petanque è illuminato dalle lampadine fioche del vicino ristorante. Ogni sera e in ogni luogo dove ci siamo fermati, il nostro Tong ha trovato senza difficoltà un gruppetto di amici con cui iniziare la partita. Conosce tutti Tong. Da ogni parte arriva qualcuno che lo saluta e gli chiede come va. Di tutti lui conosce le storie e ce le racconta, richiesto, colorandole di particolari curiosi. Stamane ci siamo fermati lungo la strada di fianco ad una cava di lignite e il direttore lo ha accolto con grandi saluti, anche perché la moglie gestisce il baretto che fa le colazioni. Gli ha aperto la cucina e avanti con le omelettes di cipolle, le baguette calde e la zuppa di noodles come se piovesse. La moglie era andata al mercato, ma appena il buon uomo ha sentito che capivo qualche parola di russo, non mi ha più mollato, raccontandomi la sua esperienza siberiana del passato con grande soddisfazione.  Certo con le bocce in mano, il nostro Tong è un vero fenomeno. Prende la mira con cura, poi, con un movimento a pendolo solleva il braccio e tac, colpisce al volo la palla avversaria con precisione millimetrica. Ad ogni tiro una piccola ovazione degli astanti. Anche noi facciamo il tifo per lui, ma non serve, tanto vince sempre e quando ce ne andiamo verso la guest house, allarga un po' le braccia come a dire:" Che ci posso fare, se sono troppo forte" e lascia gli altri a pagare le birre che ingombrano il tavolino. 

Alla frontiera di Huay Xai.
Una brava persona il nostro Tong. Oggi, poi, che è il nostro ultimo giorno in Laos, è ancora più preoccupato che ogni cosa fili per il verso giusto. La strada che porta al confine thailandese sembra ancora più bella, ma la cornice di colline e di boschi che la accompagnano appare triste. Come è facile farsi condizionare dagli stati d'animo. Il Mekong giallastro è la in fondo che ci aspetta. La sua presenza incombente lo rende indispensabile in ogni aspetto di questo paese. Questo fiume, sempre presente e protagonista, è il destino inequivocabile dell'Indocina. Adesso è lì a segnare con la sua presenza inamovibile la frontiera. Huay Xai è la cittadina lungo la riva che riceve il traffico dell'altra sponda. In fondo alla strada l'imbarcadero con le lunghe lance che traversano incessanti il fiume. Tong non la smette più di dare consigli, di raccomandarci attenzione a quei furfanti di thailandesi che sono lì apposta per spennare i turisti,  ingannarli in ogni modo e derubarli, e racconta di episodi terribili tramandati verbalmente da turista a turista, con ogni nefandezza compiuta dai vicini dalla doppia faccia. Peggio ancora dei Vietnamiti che sono delle pellacce e lui, che ci capita ogni tanto, li conosce bene. Mica come in Laos dove la gente è sincera e non frega nessuno. Ci carica i bagagli, non vuole mollarci fino all'ultimo minuto, timoroso che qualche altro maldestro ricaschi nelle acque melmose e poi quando la barca si allontana pian piano in mezzo al fiume rimane diritto in piedi sulla riva a salutarci a lungo, con un sorriso malinconico. 

Frangipane rossi.
Quando sei arrivato dall'altra parte e sbrighi velocemente le pratiche doganali nell'ufficetto polveroso di Chiang Kong, ti accorgi subito che la vacanza è finita. E' il senso di tristezza che ti afferra quando lasci, forse per sempre, un luogo che ti ha preso, non sai perché, non sai per quale ragione particolare, ma di cui non riesci a toglierti dalla mente aspetti, semplici o apparentemente insignificanti, uno sguardo di una donna, l'allegria dei bambini in un villaggio, il colore delicato della parete di un tempio minore, il vociare di un mercato, i colori delle stoffe,   le tante sfumature di verde delle montagne, il profumo intenso dei frangipane, i tanti tramonti attesi davanti a un fiume, le barche che scivolano sull'acqua, le capanne di foglie di palma dietro le quali spuntano occhi curiosi, le pietre nere del passato, la tranquilla vita del presente. C'è un momento in cui il viaggio finisce, cessa la voglia di vedere, desideri solo andare a casa a ripensare a quanto hai assorbito, a chi hai incontrato, a cosa ti ha dato il viaggio. C'è ancora  tanta strada da fare, pullman, taxi, aerei prima di arrivare, ma con la testa ormai  sei già tornato. Così scendi dalla barca con una fatica sconosciuta ai giorni precedenti, risali la riva e neppure hai voglia di trattare con il rapace conducente di tuktuk, thailandese naturalmente, che ti porterà alla stazione a prendere lo scalcinato pullman per Chiang Rai. Anche le banane e le arance che compri prima di salire sembrano meno dolci e profumate. Ormai il paese dove devi fermarti ad ascoltare crescere il riso è lontano.


Bambina Kamù.

P.S. Nei prossimi giorni posterò in una pagina a parte dedicata al Laos qui, i dettagli pratici per chi volesse organizzare un viaggio in questo bellissimo paese. Basterà cliccare sulla targhetta Laos, sotto al titolo.


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Il villaggio Akha.


La fontana pubblica.
Le cinque del mattino. E' ancora buio ma i canti feroci dei galli smuovono anche i morti. L'aria è frizzantina quando si esce nel chiarore soffuso che precede l'alba. Il villaggio è ancora addormentato. Il massaggio delle dolci fanciulle che ha preceduto il sonno del giusto è stato taumaturgico. La varie articolazioni sembrano rispondere alle richieste di movimento e solo l'epidermide mostra i segni della dura giornata di ieri. I piedi non danno cenno di sensibilità, ma non importa. In ogni dove bolle, graffi, ponfi misteriosi, puntini resi ancora più rossi dall'uso del mercurocromo, che i taglienti apparati boccali delle ingorde sanguisughe hanno lasciato sulle caviglie, cerotti come per rappezzare un pupazzo rabberciato malamente. La fontana al centro del paese funge egregiamente alla bisogna per una sommaria pulizia personale. Mentre i maiali cominciano a grufolare sotto le capanne, all'interno delle stesse si sentono i primi movimenti, gli scatarramenti affannati di chi vive in un clima dalle notti troppo fresche. I più mattinieri cominciano a uscire rassettati alla meglio. Mentre il sole si leva, le donne a gruppi, con le gerle in spalla, le ghette nere ben calzate per evitare graffi alle gambe, i neonati ancora addormentati attaccati al seno, si avviano verso i campi e gli orti nascosti nelle radure strappate alla foresta. 

Verso il bosco.
Ci guardano passando, il collo bloccato dalle cinghie del bastino, poi proseguono con ritmo deciso fino a che la jungla non le inghiotte. Ormai il villaggio è in piena attività, il fabbro ha acceso la minuscola forgia dove arrossano lame dei futuri machete, i bambini scorrazzano dappertutto; è domenica e non c'è scuola oggi. Tra le case, piuttosto grandi per contenere famiglie abbastanza numerose, spiccano di lato capannucce minuscole, come appese su alte palafitte e raggiungibili con malferme scalette. Contengono a fatica una persona, anche se da queste parti sono molto piccoli e minuti. Il nostro See, mentre fa bollire il pentolone di acqua da bere, ne illustra la funzione, ridacchiando. Sono utilizzate dalle ragazze da marito, che ci vanno a dormire quando conoscono qualche giovinotto a cui sono interessate. Il prescelto le raggiunge la sera, salendo di soppiatto la scaletta e si introduce nella capannuccia in cui passa la notte, al fine, come precisa See, di conoscersi meglio. Ma attenzione, niente bum bum, diversamente, se la pancia cresce, tocca sposarsi comunque. Pare che comunque le madri Akha, sappiano consigliare le figlie in  modo adeguato ad evitare impicci. Ormai è giorno fatto. 

Le casette delle ragazze da marito.
Consumiamo uova, verdure e il consueto zuppone in abbondanza, facendo finta di non vedere il mastellaccio dove sono stati sciacquati i piatti metallici, sotto l'occhio attento di un gruppo di osservatori, tutti maschi certo, le donne ovviamente sono già andate al lavoro nella jungla. Dopo aver lasciato un po' di materiale per la scuoletta e le caramelle, è ora di lasciare il villaggio. La strada è ancora lunga, anche se un po' meno faticosa. E' il cammino principale usato dagli abitanti per raggiungere la strada carrozzabile e si dipana a mezzacosta nella foresta come un sentierino inframmezzato di tronchi caduti. Il fogliame è rigoglioso e cerca di riprendersi in fretta lo spazio liberato dai passaggi precedenti. See e la guida Akha che ci accompagna, assestano buoni colpi di machete ai rami più ingombranti. Buttano un occhio di tanto in tanto per essere tranquilli che i goffi camminatori della domenica non si prendano qualche ramo in un occhio. Ma siamo ormai rotti all'esperienza e si procede di buon passo anche perché il sentiero è in leggera discesa e i piccoli tratti di risalita, benché ripidi, provocano solo pochi affanni e apnee abbreviate. 

Donna Akha.
I piedi sono ormai ridotti a sanguinacci rigonfi e ormai non fanno più nemmeno male, diciamo che ormai hanno perso il contatto con la realtà, forse bisognerà amputare, ma non importa, si prosegue per inerzia e la bellezza del cammino sotto la volta verde cupo cancella ogni altro pensiero. Ti godi soltanto l'esperienza ed ogni volta che uno squarcio di cielo si apre tra gli alberi, la cresta azzurra delle montagne lontane cancella ogni resistenza residua. Lasciarsi andare avvolti dall'ambiente che ti circonda. Si rimane seduti attorno alle foglie di banano a mangiare i residui delle provviste, mentre See, inarrestabile, con foglie e giunchi, intreccia cappellini, palle, braccialetti e altri ornamenti; raccoglie radici speziate ed erbe dalle virtù miracolose che mette nella bisaccia, approfittando dell'occasione. Il giorno corre veloce tra tronchi colossali e ripe fangose dove indovini le tracce dei rari animali che si nascondono alla vista del nostro disturbante passaggio. 

Pranzo nella jungla.

La guida Akha, dall'occhio buono, nel senso che dall'altro non ci vede, che non ha mai parlato, ci lascia quando gli alberi si fanno più radi. Un cenno di saluto, poi scompare avvolto dal muro verde. La strada si fa più facile costeggiando vasti spazi dove la foresta è stata cancellata per dare spazio agli alberi della gomma, aree che l'ingordigia cinese di materie prime si sta comprando a poco prezzo in questa parte del mondo. Camminiamo ormai sugli arginelli delle risaie in secca del fondovalle, siamo vicini alla strada. Il nastro di asfalto appare di colpo dietro una curva, una vista così desiderata e adesso che è comparsa, all'improvviso così fastidiosa e volgare. Ma non è finita. Il tuktuk non è all'appuntamento, così tocca marciare ancora una mezz'ora per raggiungere il villaggio Kamù lungo la strada, dove annegare il dispiacere per la fine dell'esperienza con la Beer Lao ghiacciata del ritorno alla civiltà. Un letto comodo e morbido aspetta, dove gettarsi con un pensiero ai commenti letti prima di partire e non presi nella dovuta considerazione, che davano questa esperienza come " più impegnativa del previsto" e un altro alla gentile signora che ce l' aveva confermata come di "moderate difficulty". Ma che goduria essersela fatta! Come diceva quella signora uscita dal cinema: "Ho pianto tutto il tempo, come mi sono divertita!".

La meritata birra.

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