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Lettere dal Laos 21: Paperissima Sprint.



Il Nam Ou a Muang Ngoi Neua  (foto Procchio).


Bufali.
La giornata si presenta come una di quelle memorabili nel corso di un viaggio. Sette ore di risalita del Nam Ou penetrando l'estrema provincia a nord del Laos, incastonata tra Cina e Vietnam, uno dei paesaggi più emozionanti ed allo stesso tempo oleografici di questa parte di mondo. La lancia è stretta e piccolissima ed i sette passeggeri cercano astutamente di accaparrarsi i posti più comodi. Scendiamo la lunga scalinata che conduce all'imbarcadero trascinando i bagagli pesanti. Tong, come al solito si assicura che tutto sia a posto, preoccupato che non siamo sufficientemente comodi, poi se ne torna a Nong Kiaw dove aveva lasciato il van. Ci raggiungerà a Muang Khua dove il Nam Ou si unisce al Nam Phak. Una giornata che si preannuncia serena e riposante, da spendere nella tranquilla ammirazione dello scenario magnifico che ti sfila davanti mentre si risale la corrente. Ancora rive scoscese che portano a piccoli spazi piani dove verdeggiano le risaie o gli orti provvisori, alberi da frutta inframmezzati a quelli della foresta, capanne isolate, bufali immersi nel fiume che ti guardano passare con l'occhio umido, sbuffando sotto il pelo dell'acqua. Pare non possa esserci nulla di più piacevole e tranquillo che godere della bellezza del paesaggio, di riempirsi gli occhi di immagini indimenticabili. Invece, un diavoletto maligno è sempre in agguato, aspettando che ti rilassi completamente, lasciandoti andare troppo all'andamento lento e scevro di intoppi. 

Montagne carsiche sul Nam Ou.
Certo devi metterci del tuo, di quella disattenzione goffa e un po ridicola che ti porti dietro assieme al boccettino dell'Amuchina e ai cerotti per le bolle nei piedi. In ogni viaggio noterete che da qualche parte ci sarà sempre un turista grasso e fantozziano che combina qualche scemenza. La cosa fa sghignazzare tutti e sarà parte dei fatterelli divertenti sulla goffaggine umana da portarsi a casa e raccontare agli amici. Fatto sta che più o meno a metà percorso, un po' per scaricare una donnina che era arrivata al suo villaggio con la sua cesta di galline, un po' per dare modo alle stanche vesciche degli anziani di liberare dell' affanno dell'impellenza le ore rimanenti, la barca si avvicina alla riva, dove una lingua di sabbia permette un approdo precario. Ci sono altre piccole barche a riva, per cui sarà necessario, per prendere terra, saltare di barca in barca. Così mentre i più atletici tra i giovani passeggeri volteggiano come libellule leggere con i piedi nudi nella fanghiglia sabbiosa, il tricheco più pesante e impacciato, tenta di passare sul traballante guscio di bambù con acrobazie ed evoluzioni strane che lo portano dapprima a scavalcare la bordata con una gamba, poi a rimanere in bilico con  un piede di qua e l'altro ancora di là, tentando di decidere da quale parte stare come un tronista della De Filippi tra due corteggiatrici. 

Il paesaggio fluviale.
Di certo una di quelle scenette così ridicole da sembrare finte quando vengono proposte nei filmati di Paperissima, con il ciccione in mega pantaloncino corto ascellare, ciabatte in una mano, zainetto nell'altra, preziosa reflex al collo, in bilico,  mentre le due barchette lentamente, ma irrimediabilmente si allontanano tra di lro. Un dondolio ansimante, un pencolamento per recuperare un equilibrio ormai perduto, un ultimo disperato tentativo di riprendere stabilità, mentre le gambe si aprono a compasso, infine un annaspare inutile delle braccia e poi l'atteso, inevitabile, ridicolo tonfo nelle bigie acque del fiume, che prima apparivano così azzurre, ora soltanto marroni e fangose. Chi sulla riva rimane a sghignazzare, facendosi beffe  del malcapitato, chi corre al salvamento, non facile data la stazza del naufrago, chi si agita per tentare di recuperare la barca sciolta nella corrente. Emerso come Dio vuole dalle acque il pulcino anzi il tacchino fradicio, ecco palesarsi il disastro in tutta la sua estensione. La macchina fotografica irrimediabilmente bagnata e in agonia, il telefonino giustamente affogato e morto per sempre, i sacchettini saggiamente impermeabili con denaro, passaporto e altro, improvvidamente bucati e subito inzuppati di acqua fangosa, gli occhiali da vista, per la prima volta dopo 20 giorni, tirati fuori dallo zaino, irrimediabilmente caduti nel brago. Subito viene organizzata dai barcaioli locali accorsi, una brigata di una decina di bambini, che nudi, si gettano nel fiume nella ricerca disperata, speranzosi in una buona mancia, ma indarno, che la corrente e i gorghi del maligno Acheronte già hanno compiuto la loro opera di peerdizione. 

Bambini sul fiume.
Che'ffigura di m... Seduto sulla ripa a stendere maglietta e zaino, a spacchettare la mazzetta dei dollari fradici, a smazzare le pagine del passaporto con i bolli rossi e blu che cominciano a stemperare languidamente i loro colori nelle pagine vicine. Unadebacle per il fisico ed il morale di rara efficacia. Vuoi fare il grande viaggiatore che se la ride degli impediti che faticano a ritrovarsi nelle difficoltà dell'itinerario, guardi con compatimento giovani stanchi ancor prima di partire, ti gonfi come un pavone perché nonostante gli anni, godi ad affrontare spostamenti impegnativi, camminate faticose e trasporti locali zaino in spalla e poi mi caschi dentro il fiume come un salmone in fregola. Stanco, depresso, acciaccato e deriso, ho trascorso il resto della giornata a meditare sulla mia goffaggine, tentando di far asciugare al meglio le mie povere cose all'aria che, beffarda, mi scompigliava i capelli bagnati, mentre la barca risaliva il fiume. A lato i magnifici paesaggi si chinavano grigi al passaggio, anch'essi intristiti dalla durezza del mondo. Serata cupa nella guest house, con Tong che non voleva credere che, lasciato un attimo solo, avessi fatto la frittata, occhiali perduti, telefono andato, macchina che trasuda umidità con l'obiettivo ricoperto di goccioline ed il display irrimediabilmente nero e muto, con il phon in mano ad asciugare banconote e pagine del passaporto che si accartocciano un poco, come la tua sicumera irrimediabilmente ferita. Ed è andata già bene che, a parte l'imponente danno economico, non esiste traccia fotocinematografica per cui potrò sempre negare o minimizzare. Tomorrow is an another day.

Il Nam Ou.

Lettere dal Laos 27: Ma quando si mangia?

Mangiatori di foe.
Spiccioli di cucina laotiana.

Peperoncini piccanti.
Maiale.
In queste pillole di impressioni che vi ho somministrato nell'ultimo mese e da cui spero traspaia la piacevolezza di questo paese che invito tutti a visitare almeno una volta nella vita, avrete di certo notato la mancanza di cenni concreti all'aspetto culinario, che, come qualcuno spesso mi rimprovera, non è secondario nelle mie chiacchierate. Colmiamo dunque questa lacuna, con un tour gastronomico a vol d'uccello, come al solito frettoloso e non esaustivo, ma da noi pressapochisti non potete pretendere di più. L'essenziale è darvi un'idea che vi stimoli ad approfondire da soli. Dunque che si mangia in Laos? Come potrete immaginare, la cucina del paese è fortemente influenzata da quella dei vicini che culturalmente hanno da sempre condizionato la cultura laotiana, Thailandia, Vietnam e Cina. 

Noodles e germogli di soya.
Riso fritto e verdure.
Quindi troverete di volta in volta sapori e piatti assai vicini a questi schemi. Ma andiamo con ordine. A colazione affronterete nella maggioranza dei casi la classica zuppa di noodles di riso più o meno piccante (foe), con verdure abbondanti e ritagli di pollo o altre carni. In alternativa uova e frittate, unite alla presenza di baguettes calde alla francese (deliziose). Passando ai pasti principali, considerate che il componente principe rimane comunque il riso, sia bollito, bianco che servirà da base per accompagnare gli altri cibi e salse, che fritto, con aggiunta di uova, verdure e carni, alla cinese (che noi conosciamo erroneamente sotto la voce riso alla cantonese). 

Sticky  rice.
Pesce stufato del Mekong.
Largamente usato il riso glutinoso per ottenere lo sticky rice, cotto a vapore e usato sempre come accompagnamento sotto forma di una quasi pasta collosa mantenuta negli appositi contenitori di vimini. Per quanto riguarda i piatti principali, oltre ai noodles bianchi o gialli, sottili o larghi, passati al wok con verdure o carni, considerate di trovare facilmente pollo, maiale o pesce al BBQ precedentemente marinati in salsa, con cui togliervi la fame comunque, se non vi adatterete ai sapori locali. Una notazione di servizio sul pesce in generale: ricordate che si tratta di pesce dal gusto un po' fangoso che proviene da fiumi che a monte hanno visto 2/300 milioni di persone tra cinesi, birmani e thailandesi, tanto per dire. Uno dei piatti tipici da provare è il Laap sistema di cottura in cui un tipo di carne (pollo, maiale, pesce o altro) viene tritato finemente e insaporito con lime, menta, chilly e aglio da accompagnare con palline di stiky rice

Insalata di papaya.
Zenzero.
Altra specialità molto speziata è il Tam som (papaya salad) o meglio Tam Mak Kung in laotiano, una insalata ottenuta con un pesto di papaya verde e i sapori di cui sopra, che troverete estremamente aggressiva. Le Naem khao sono invece palline di riso fritto mescolate a maiale agrodolce, attenzione a non farvele servire fredde, cosa che le rende quasi immangiabili. I sapori dominanti nella cucina laotiana sono: il succo di lime, il peperoncino piccante, la citronella, lo zenzero, l'aglio, la menta, il basilico, la radice di galanga, il coriandolo e la salsa nam paa che troverete sempre sul tavolo con sale e pepe, che dà ai cibi un sapore molto particolare, ottenuta dalla colatura della fermentazione del pesce (anche per un anno, l'invecchiamento è un po' come la filosofia dell'aceto balsamico). 
Noodles gialli.

Maiale
Pollo in umnido e beer lao.
Spaghetti e brodo al prezzemolo.
Si tratta di un succedaneo del famoso garum dei romani che aveva la stessa funzione. Considerate che comunque avrete a disposizione una enorme varietà e quantità di frutta, banane, ananas, papaye, manghi, meloni, angurie e tutta l'altra esotica, molta della quale per voi assolutamente nuova e da testare con cura. Da queste proviene una varietà infinita di frullati, che costituiranno una delle maggiori delizie del vostro soggiorno (max 10.000K a bicchierone). Io ho prediletto quelli al mango, alla papaya e al lime e menta. Thé verde e caffé Lao degli altipiani, spesso, nero e profumatissimo, quasi un mangia e bevi davvero ottimo, allieteranno le vostre pause assieme alla istituzione della quale il paese va giustamente orgoglioso, la famosa Beer Lao che scorre a fiumi assieme al whisky di riso (Lao lao) con cui usare una certa cautela. 

Spiedini vari-
Pollo e verdure (morning glory).
Una cucina che, priva quasi completamente di latte e latticini e dolci, non ingrassa, così son contente le signore, ma che non vi lascerà morire di fame certamente. Sia a Vientiane che a Luang Prabang (al Tamarind, vedere il sito qui ) si possono seguire corsi di cucina di un giorno che vanno dall'acquisto degli ingredienti al mercato alla preparazione di 4 o 5 piatti che infine vi papperete per cena. Taccio dei cibi particolari (vermi ed altro) di cui vi ho già accennato precendentemente e che rimangono nell'ambito delle curiosità. Concluderei così l'avventura laotiana di cui avrete ormai abbastanza (per dettagli tecnici vedete la pagina dedicata al Laos cliccando in alto sullo stick giallo) e buon appetito!

Alga khài paen  essiccata e sesamo.


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La jungla laotiana.

In un villaggio Akha.
Il campetto per la petanque è illuminato dalle lampadine fioche del vicino ristorante. Ogni sera e in ogni luogo dove ci siamo fermati, il nostro Tong ha trovato senza difficoltà un gruppetto di amici con cui iniziare la partita. Conosce tutti Tong. Da ogni parte arriva qualcuno che lo saluta e gli chiede come va. Di tutti lui conosce le storie e ce le racconta, richiesto, colorandole di particolari curiosi. Stamane ci siamo fermati lungo la strada di fianco ad una cava di lignite e il direttore lo ha accolto con grandi saluti, anche perché la moglie gestisce il baretto che fa le colazioni. Gli ha aperto la cucina e avanti con le omelettes di cipolle, le baguette calde e la zuppa di noodles come se piovesse. La moglie era andata al mercato, ma appena il buon uomo ha sentito che capivo qualche parola di russo, non mi ha più mollato, raccontandomi la sua esperienza siberiana del passato con grande soddisfazione.  Certo con le bocce in mano, il nostro Tong è un vero fenomeno. Prende la mira con cura, poi, con un movimento a pendolo solleva il braccio e tac, colpisce al volo la palla avversaria con precisione millimetrica. Ad ogni tiro una piccola ovazione degli astanti. Anche noi facciamo il tifo per lui, ma non serve, tanto vince sempre e quando ce ne andiamo verso la guest house, allarga un po' le braccia come a dire:" Che ci posso fare, se sono troppo forte" e lascia gli altri a pagare le birre che ingombrano il tavolino. 

Alla frontiera di Huay Xai.
Una brava persona il nostro Tong. Oggi, poi, che è il nostro ultimo giorno in Laos, è ancora più preoccupato che ogni cosa fili per il verso giusto. La strada che porta al confine thailandese sembra ancora più bella, ma la cornice di colline e di boschi che la accompagnano appare triste. Come è facile farsi condizionare dagli stati d'animo. Il Mekong giallastro è la in fondo che ci aspetta. La sua presenza incombente lo rende indispensabile in ogni aspetto di questo paese. Questo fiume, sempre presente e protagonista, è il destino inequivocabile dell'Indocina. Adesso è lì a segnare con la sua presenza inamovibile la frontiera. Huay Xai è la cittadina lungo la riva che riceve il traffico dell'altra sponda. In fondo alla strada l'imbarcadero con le lunghe lance che traversano incessanti il fiume. Tong non la smette più di dare consigli, di raccomandarci attenzione a quei furfanti di thailandesi che sono lì apposta per spennare i turisti,  ingannarli in ogni modo e derubarli, e racconta di episodi terribili tramandati verbalmente da turista a turista, con ogni nefandezza compiuta dai vicini dalla doppia faccia. Peggio ancora dei Vietnamiti che sono delle pellacce e lui, che ci capita ogni tanto, li conosce bene. Mica come in Laos dove la gente è sincera e non frega nessuno. Ci carica i bagagli, non vuole mollarci fino all'ultimo minuto, timoroso che qualche altro maldestro ricaschi nelle acque melmose e poi quando la barca si allontana pian piano in mezzo al fiume rimane diritto in piedi sulla riva a salutarci a lungo, con un sorriso malinconico. 

Frangipane rossi.
Quando sei arrivato dall'altra parte e sbrighi velocemente le pratiche doganali nell'ufficetto polveroso di Chiang Kong, ti accorgi subito che la vacanza è finita. E' il senso di tristezza che ti afferra quando lasci, forse per sempre, un luogo che ti ha preso, non sai perché, non sai per quale ragione particolare, ma di cui non riesci a toglierti dalla mente aspetti, semplici o apparentemente insignificanti, uno sguardo di una donna, l'allegria dei bambini in un villaggio, il colore delicato della parete di un tempio minore, il vociare di un mercato, i colori delle stoffe,   le tante sfumature di verde delle montagne, il profumo intenso dei frangipane, i tanti tramonti attesi davanti a un fiume, le barche che scivolano sull'acqua, le capanne di foglie di palma dietro le quali spuntano occhi curiosi, le pietre nere del passato, la tranquilla vita del presente. C'è un momento in cui il viaggio finisce, cessa la voglia di vedere, desideri solo andare a casa a ripensare a quanto hai assorbito, a chi hai incontrato, a cosa ti ha dato il viaggio. C'è ancora  tanta strada da fare, pullman, taxi, aerei prima di arrivare, ma con la testa ormai  sei già tornato. Così scendi dalla barca con una fatica sconosciuta ai giorni precedenti, risali la riva e neppure hai voglia di trattare con il rapace conducente di tuktuk, thailandese naturalmente, che ti porterà alla stazione a prendere lo scalcinato pullman per Chiang Rai. Anche le banane e le arance che compri prima di salire sembrano meno dolci e profumate. Ormai il paese dove devi fermarti ad ascoltare crescere il riso è lontano.


Bambina Kamù.

P.S. Nei prossimi giorni posterò in una pagina a parte dedicata al Laos qui, i dettagli pratici per chi volesse organizzare un viaggio in questo bellissimo paese. Basterà cliccare sulla targhetta Laos, sotto al titolo.


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Il villaggio Akha.


La fontana pubblica.
Le cinque del mattino. E' ancora buio ma i canti feroci dei galli smuovono anche i morti. L'aria è frizzantina quando si esce nel chiarore soffuso che precede l'alba. Il villaggio è ancora addormentato. Il massaggio delle dolci fanciulle che ha preceduto il sonno del giusto è stato taumaturgico. La varie articolazioni sembrano rispondere alle richieste di movimento e solo l'epidermide mostra i segni della dura giornata di ieri. I piedi non danno cenno di sensibilità, ma non importa. In ogni dove bolle, graffi, ponfi misteriosi, puntini resi ancora più rossi dall'uso del mercurocromo, che i taglienti apparati boccali delle ingorde sanguisughe hanno lasciato sulle caviglie, cerotti come per rappezzare un pupazzo rabberciato malamente. La fontana al centro del paese funge egregiamente alla bisogna per una sommaria pulizia personale. Mentre i maiali cominciano a grufolare sotto le capanne, all'interno delle stesse si sentono i primi movimenti, gli scatarramenti affannati di chi vive in un clima dalle notti troppo fresche. I più mattinieri cominciano a uscire rassettati alla meglio. Mentre il sole si leva, le donne a gruppi, con le gerle in spalla, le ghette nere ben calzate per evitare graffi alle gambe, i neonati ancora addormentati attaccati al seno, si avviano verso i campi e gli orti nascosti nelle radure strappate alla foresta. 

Verso il bosco.
Ci guardano passando, il collo bloccato dalle cinghie del bastino, poi proseguono con ritmo deciso fino a che la jungla non le inghiotte. Ormai il villaggio è in piena attività, il fabbro ha acceso la minuscola forgia dove arrossano lame dei futuri machete, i bambini scorrazzano dappertutto; è domenica e non c'è scuola oggi. Tra le case, piuttosto grandi per contenere famiglie abbastanza numerose, spiccano di lato capannucce minuscole, come appese su alte palafitte e raggiungibili con malferme scalette. Contengono a fatica una persona, anche se da queste parti sono molto piccoli e minuti. Il nostro See, mentre fa bollire il pentolone di acqua da bere, ne illustra la funzione, ridacchiando. Sono utilizzate dalle ragazze da marito, che ci vanno a dormire quando conoscono qualche giovinotto a cui sono interessate. Il prescelto le raggiunge la sera, salendo di soppiatto la scaletta e si introduce nella capannuccia in cui passa la notte, al fine, come precisa See, di conoscersi meglio. Ma attenzione, niente bum bum, diversamente, se la pancia cresce, tocca sposarsi comunque. Pare che comunque le madri Akha, sappiano consigliare le figlie in  modo adeguato ad evitare impicci. Ormai è giorno fatto. 

Le casette delle ragazze da marito.
Consumiamo uova, verdure e il consueto zuppone in abbondanza, facendo finta di non vedere il mastellaccio dove sono stati sciacquati i piatti metallici, sotto l'occhio attento di un gruppo di osservatori, tutti maschi certo, le donne ovviamente sono già andate al lavoro nella jungla. Dopo aver lasciato un po' di materiale per la scuoletta e le caramelle, è ora di lasciare il villaggio. La strada è ancora lunga, anche se un po' meno faticosa. E' il cammino principale usato dagli abitanti per raggiungere la strada carrozzabile e si dipana a mezzacosta nella foresta come un sentierino inframmezzato di tronchi caduti. Il fogliame è rigoglioso e cerca di riprendersi in fretta lo spazio liberato dai passaggi precedenti. See e la guida Akha che ci accompagna, assestano buoni colpi di machete ai rami più ingombranti. Buttano un occhio di tanto in tanto per essere tranquilli che i goffi camminatori della domenica non si prendano qualche ramo in un occhio. Ma siamo ormai rotti all'esperienza e si procede di buon passo anche perché il sentiero è in leggera discesa e i piccoli tratti di risalita, benché ripidi, provocano solo pochi affanni e apnee abbreviate. 

Donna Akha.
I piedi sono ormai ridotti a sanguinacci rigonfi e ormai non fanno più nemmeno male, diciamo che ormai hanno perso il contatto con la realtà, forse bisognerà amputare, ma non importa, si prosegue per inerzia e la bellezza del cammino sotto la volta verde cupo cancella ogni altro pensiero. Ti godi soltanto l'esperienza ed ogni volta che uno squarcio di cielo si apre tra gli alberi, la cresta azzurra delle montagne lontane cancella ogni resistenza residua. Lasciarsi andare avvolti dall'ambiente che ti circonda. Si rimane seduti attorno alle foglie di banano a mangiare i residui delle provviste, mentre See, inarrestabile, con foglie e giunchi, intreccia cappellini, palle, braccialetti e altri ornamenti; raccoglie radici speziate ed erbe dalle virtù miracolose che mette nella bisaccia, approfittando dell'occasione. Il giorno corre veloce tra tronchi colossali e ripe fangose dove indovini le tracce dei rari animali che si nascondono alla vista del nostro disturbante passaggio. 

Pranzo nella jungla.

La guida Akha, dall'occhio buono, nel senso che dall'altro non ci vede, che non ha mai parlato, ci lascia quando gli alberi si fanno più radi. Un cenno di saluto, poi scompare avvolto dal muro verde. La strada si fa più facile costeggiando vasti spazi dove la foresta è stata cancellata per dare spazio agli alberi della gomma, aree che l'ingordigia cinese di materie prime si sta comprando a poco prezzo in questa parte del mondo. Camminiamo ormai sugli arginelli delle risaie in secca del fondovalle, siamo vicini alla strada. Il nastro di asfalto appare di colpo dietro una curva, una vista così desiderata e adesso che è comparsa, all'improvviso così fastidiosa e volgare. Ma non è finita. Il tuktuk non è all'appuntamento, così tocca marciare ancora una mezz'ora per raggiungere il villaggio Kamù lungo la strada, dove annegare il dispiacere per la fine dell'esperienza con la Beer Lao ghiacciata del ritorno alla civiltà. Un letto comodo e morbido aspetta, dove gettarsi con un pensiero ai commenti letti prima di partire e non presi nella dovuta considerazione, che davano questa esperienza come " più impegnativa del previsto" e un altro alla gentile signora che ce l' aveva confermata come di "moderate difficulty". Ma che goduria essersela fatta! Come diceva quella signora uscita dal cinema: "Ho pianto tutto il tempo, come mi sono divertita!".

La meritata birra.

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